𝐹𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑒 𝑚𝑎𝑙𝑒𝑓𝑎𝑡𝑡𝑒.
Il lavoro segue una linea tracciata tra i nostri monti; è il naturale prosieguo dello studio da me precedentemente fatto sulla toponomastica locale con la pubblicazione del volume “LI NOMI RE LI POSTI” e della conseguente cartina della “SENTIERISTICA MONTELLESE”.
Uàcca addó nasce e pecora addó pasce
Nel mese di aprile Ferdinando Pico, Andrea Ferrigno1 e Donato Mazzone2, dopo un periodo di appostamento, misero in atto il rapi-mento di Donato Rocco3.
Il sig. Donato fu prelevato da Campagna (SA) e condotto tra i nostri monti. Dopo diversi giorni di prigionia le trattative per il rilascio del-l'uomo sembravano essere a buon punto, la cifra richiesta era di duca-ti 40 mila e, dopo diverse lettere minatorie che attentavano alla sua vita, fu consegnata dalla famiglia anche una prima tranche di ducati 250 pari a Lire 1062.
Uno dei luoghi dove si nascondeva la banda in attesa dei sequestri che si operavano a Salerno era in una grotta sul Monte Stella. I briganti trovavano riparo tra le antiche mura di una chiesetta chiamata L'eremo del San Salvatore.
A questo punto la banda decise di spostarsi verso Senerchia in pro-spettiva del rilascio, ma durante uno spostamento di notte, il detenuto tentò di fuggire, e mettendo un piede in fallo precipitò in un burrone. Cadde giù per circa 10 metri e ne uscì così malconcio che fu portato sopra in braccio da alcuni briganti accorsi ai suoi lamenti.
Il malcapitato era merce preziosa, ed i briganti fecero di tutto per ria-nimarlo, anche perché ancora non era stata pagata l'ultima rata.
Ma purtroppo per loro dopo tre quarti d’ora l'ostaggio morì, al che il cadavere fu di nuovo ributtato nel vallone.
Il danno oramai era irreparabile, presto i boscaioli avrebbero trovato il cadavere e una volta avvertiti i familiari del defunto, non sarebbero stati inviati più soldi; inol-tre, in poco tempo quei luoghi sarebbero diventati un brulichìo di soldati.
Così la banda ripiegò su Montella; è notizia del 6 maggio che i componenti della banda Pico-Ferrigno venivano avvistati mentre cercavano rifugio tra le “rocce o ripe” del vallone Iumiciéddro. La banda in un primo momento in questo luogo sembrava essere più sotto scacco rispetto ai monti che sovrastavano Bagnoli, Caposele e Senerchia, per via degli spazi ridotti. Nel luogo il Prefetto di Salerno aveva inviato diversi drappelli composti da volontari, Bersaglieri e Reali Carabinieri che effettuavano continui appostamenti. Ma Pico conosceva bene il luogo utilizzato come nascondiglio anche con il defunto capobanda Cicco Cianci, e nonostante gli appostamenti dei militi a monte ed a valle, i briganti, tra le pareti scoscese dei Ripùni, si aggiravano in piena libertà.
Non solo, le decine di piccole cavità nascoste permettevano loro una permanenza al sicuro; una di queste in particolare veniva rifornita costantemente di viveri.
I due capibanda, impegnati a sfuggire alla Forza non immaginavano però che il pericolo maggiore, era più subdolo, infatti nel luogo...............continua sugli ultimi due fascicoli di Fatti e malefatte.
Le problematiche emerse da questo studio, mi hanno portato a rivivere il periodo post-unitario, nel corso del quale, lasciandomi guidare dalla cronaca del tempo, mi sono avventurato ancora una volta tra questi monti. Dai fatti e dai documenti visionati, è emerso uno spaccato della nostra società del periodo del brigantaggio; le informazioni ricavate dalle diverse fonti, unite tra di loro, spesso hanno portato a dovizie di particolari, che, permettono al lettore la conoscenza delle circostanze accadute.
La stesura della mia ricerca, anche se derivata dallo studio, è frutto di una mia interpretazione autodidatta il cui fine è stato quello di ricostruire gli avvenimenti accaduti tra i miei monti, in TERRA MIA. (Massimo Gramaglia)
Il 3° fascicolo è in edicola.
Sono ancora disponibili copie del 1° e 2° fascicolo.