Di Mario Garofalo su Lunedì, 26 Dicembre 2022
Categoria: Arte e cultura

CELESTINO DE MARCO e IL RUBINETTO del "CONTENTINO" di Mario Garofalo in esclusiva per www.montella.eu

 

Nel bell'articolo di Nino Tiretta sulle fontane pubbliche anticamente presenti nei casali di Montella,simboli nostalgici di una civiltà perduta,di un variopinto microcosmo paesano,fatto di incontri, di chiacchiericci,di dispute e di amori,di giochi e di fatiche,viene menzionata l'esistenza di un fontanino fuoruscente dal recinto murario di "Villa Elena" : "sul muro perimetrale di Villa De Marco...-scrive Tiretta- subito dopo il

termine della grande guerra,funzionava un fontanino "offerto" ai montellesi da Celestino De Marco,il ricco americano che,in quel periodo fu,anche,sindaco di Montella"

Quel fontanino era ancora lì negli anni Cinquanta,a pochi passi dall'ingresso della chiesa di S.Benedetto. Io ,da ragazzino,lo osservavo con curiosità quando,uscito dal cinema Fierro (dove si proiettavano films western americani) risalivo corso Umberto I. Mi incuriosiva il nome del "donatore" Celestino De Marco,un uomo famoso di Montella sul quale

avevo ascoltato racconti di malefatte e di prepotenze,ma anche di grandi generosità e di appassionati impegni sociali e politici; per lui qualcuno aveva coniato l'epiteto di RE CELESTINO,accomunandolo al più celebre Re Michele desanctisiano,che per altro il De Marco conobbe e frequentò durante il primo mandato di consigliere provinciale e più volte andò ad ossequiare nella casa di Salza Irpina.

Chiesa Sant AnnaIn seguito,studiando la storia del mio paese,ho avuto modo di meglio tratteggiare quel personaggio e la vicenda del fontanino,la cui acqua,raccolta nella sottostante vaschetta a conchiglia, ritornava nelle condutture della villa. Ma allora,alla mia immaginazione di adolescente Celestinio De Marco appariva come un uomo tarchiato,panciuto e paonazzo,dal carattere altezzoso ed imperioso eppur,talvolta,bonario melanconico e sorridente,che si aggirava nel chiuso dorato di quel palazzo fatato ed inaccessibile,vigilato da due leoni bronzei e da due statue femminili dallo sguardo sfingeo, ingannevolmente rassicurante,immerso in un parco anch'esso edenico,incantato e pieno di misteri. Ma chi fu,in realtà,Celestino De Marco?

C.De Marco nacque a Montella il 18 ottobre 1863 da Alfonso e Filomena De Stefano. Di umili origini contadine,visse un'adolescenza grama,di povertà e di miseri espedienti esistenziali,che presto debordò in forme delinquenziali,costellate di furti,borseggi,risse e galere.D'indole intraprendente e poco incline all'obbedienza delle leggi,nel 1879 era stato condannato per spaccio di denaro falso; l'anno successivo si era reso protagonista del ferimento volontario di un giovane del paese;nel 1885 era stato condannato per renitenza alla leva. Anche per sfuggire agli obblighi militari nel1886 si imbarcò per gli Stati Uniti,seguendo l'ondata migratoria che allora depauperava la popolazione delle contrade irpine.

Prese dimora nel Sud Carolina,dove inizialmente,per sopravvivere,esercitò varie anovalanze e mestieri. Ma presto,anche lì,le grandi difficoltà del vivere in una nazione,che non tutelava diritti civili e lavorativi degli immigrati,considerati strumenti vili di arricchimento da parte di una borghesia ingorda,sempre più in marcia nella costruzione di una società spietatamente capitalistica,lo spinsero ad entrare nell'ambiente della malavita italoamericana,allora caratterizzata dal gangsterimo e da piccole organizzazioni criminali,dedite alle estorsioni,ai ricatti,ai furti:prime formazioni malavitose che di lì a qualche decennio si sarebbero trasformate in grandi e strutturate bande criminose,come la le famigerate Mano Nera e Cosa Nostra.Ed è certo che il De Marco,diventato uomo spregiudicato,dai tratti tipici del boss mafioso,venne più volte sospettato e accusato dalle autorità di polizia (tra cui il famoso poliziotto originario di Padula Joe Petrosino)di traffico e sfruttamento della manodopera italiana in America. Queste operazioni di "caporalato" ante litteram lo costringevano a ripetuti viaggi tra America e Italia per reperire poveri braccianti e contadini desiderosi di sbarcare negli Stati Uniti in vista di migliori fortune. Echi delle gesta americane del Nostro sono chiaramente adombrate nel romanzo "I delitti dei bosses" di Bernardino Ciambelli,un prolifico scrittore italoamericano,che in numerosi racconti e romanzi descrisse la criminalità dellaLittle Italy.

Nel frattempo il De Marco aveva sposato Hellen O'Connor,una elegante americana,di dieci anni più giovane,donna dai costumi gentili e raffinati,nettamente dissonanti con i suoi atteggiamenti rudi e grossolani. Dopo dodici anni di permanenza statunitense,che gli aveva consentito di accumulare una ingente ricchezza di molti milioni di lire,nel 1898 Celestino rientrò definitivamente a Montella.

Nel paese natio costruì in via Ospizio (attuale Corso) la sua sontuosa dimora su di un progetto dell'architetto montellese dimorante in America Antonio Moscariello. Si industriò ad ingrandire il proprio patrimonio immobiliare acquistando case a Roma,a Napoli ,a New York,a Montella,e castagneti,terreni che delimitava con pietre di confine sulle quali campeggiava la sigla CDM (CelestinoDe Marco).

Leone Villa EDivenne ben presto protagonista della locale vita amministrativa e della stessa politica provinciale. I suoi metodi di lotta elettorale vennero spesso tacciati di corruzione,di pressione morale e fisica,soprattutto di compravendita dei voti.Così scrisse,ad es.,il farmacista Salvatore Ciociola,anch'egli attore di spicco della politica montellese,in un ricorso al prefetto di Avellino per chiedere l'invalidazione della elezione alla Provincia del De Marco nel 1910: "esercitò su vastissima scala corruzione,comprando i voti,oltre che con denaro contante anche con pubbliche elargizioni e con regali ad associazioni,che compromise finanche con giuramento forzato del suo nome e della lista comunale da lui appoggiata."Secondo un periodico locale,durante le vigilie elettorali il De Marco era solito riunire nella sua villa gran quantità di persone,alle quali distribuiva "vino e carne di pecora",e banconote "tagliate a metà" da rinsaldare dopo l'esito delle urne|. Per altro allora le operazioni di voto amministrativo avvenivano con l'uso di schede prive di buste e quindi riconoscibili a prima vista,i seggi elettorali erano sprovvisti di cabine. A lui facevano capo alcuni dei personaggi socialmente ed elettoralmente più influenti del paese,come l'avv.Tommaso Marinari,Salvatore Varallo,Donato Giannone,Ferdinando Caldarone e alcuni preti come il canonico Schiavo (detto dai socialisti Don Ciro Vittozzi(il famigerato parroco di Poggioreale implicato nel processo Cuocolo) e don Pasquale Roberto(che era stato accusato di tentato omicidio nei confronti di Felice Cianciulli,noto e valente scultore ligneo di Montella).

Al Consiglio Provinciale il De Marco venne eletto la prima volta nel 1902,riuscendo a battere persino la candidatura di un politico della statura di Scipione Capone.Sarà rieletto ancora in altre tre tornate:1910,1912,1914.

Nel Consiglio provinciale,ove sedette nei banchi della destra liberale,fu la sua una presenza meramente figurativa.Privo di cultura (era poco più che alfabetizzato) e di capacità oratorie,non si segnalò in quel consesso per interventi significativi,se non come sostenitore passivo delle politiche capozziana e tedeschiana. Fu,invece,nella vita amministrativa di Montella che la sua azione si rivelò predominante,pervasiva e praticamente per circa un ventennio totalizzante. Eletto sindaco per tre volte,nel 1903-04,nel 1914 e nel quadriennio 1917-21,grazie ai consueti metodi di captazione elettoralistica,mise in atto una politica amministrativa ,che gli avversari bollarono senza appello come personalistica e antidemocratica,fatta di prevaricazioni e di abusi,mentre i suoi fautori,con parte di un popolino da lui beneficiato e talvolta soccorso nei suoi bisogni (con derrate alimentari,prestiti,raccomandazioni,elemosine ecc.) giudicarono essere quella provvidenziale del "buon padre di famiglia". Durante il periodo fascista condusse vita appartata,lontana dall'attività pubblica,dedito alla cura dei suoi affari italoamericani.

Montella Villa Elena 08Si spostò più volte,con la consorte,nella sua casa romana e nella sua residenza newyorchese. Si spense il 5 agosto 1933,all'età di settant'anni.Si narra che il suo corpo,stroncato da un infarto,sia stato trovato ai piedi del monumentino del SS.Salvatore,del quale era devotissimo,da lui fatto erigere nel viale principale del parco. Noi oggi lo ricordiamo non tanto per il suo impegno politico e sociale,circondato da molte ombre e poche luci,bensì per il generoso lascito della Casa di Riposo intitolata alla moglie ed al suo nome,e per la fruibilità pubblica della sua splendida villa. Un lascito ,in verità,non effettuato da lui,ma dalla moglie Hellen 'Connor,fortemente influenzata nella decisione dal suo amico montellese prof. Michele Cianciulli,frequentato in Roma e che ella volle,nel testamento del 24 settembre 1951 ( a pochi mesi dalla sua scomparsa avvenuta a New York il 25 dicembre di quell'anno) indicare come unico erede dei suoi beni,con l'obbligo di istituire l'Ente Casa di Riposo a beneficio delle persone e dei bambini poveri di Montella Certo,la vita di Celestino De Marco,nelle sue varie sfaccettature,il suo stesso interesse per il paese che gli aveva dato i natali,nel quale sarebbe ingeneroso non riconoscere un sentito amore municipalistico,vanno affidati al giudizio della storia.Per noi,suoi concittadini del secolo XXI,valga il pietoso detto virgiliano: Parce sepulto!

La vicenda del fontanino va collocata non nel primo dopoguerra,ma nell'estate dell'anno 1912,che fu per il comune un anno disastroso.In gennaio si era svolta la competizione elettorale,combattuta sui temi scottanti dell'illuminazione pubblica,dell'acquedotto e della vertenza demaniale con Volturara,fonti negli ultimi anni di lucrose speculazioni personali e politiche da parte degli amministratori che avevano retto il comune.

Riuscì vittoriosa,ancora una volta,la lista sostenuta da De Marco,che contemporaneamente veniva rieletto al Consiglio Provinciale,in un periodo che lo vedeva indagato come mandante di una violentissima bastonatura ai danni di Ferdinando Cianciulli,verso il quale nutriva odio e rancore profondo per gli attacchi personali apparsi su "Il Grido", da questi diretto. Ma questa volta aveva raccolto soltanto 78 voti;si erano astenuti 280 votanti,mentre altri avevano ironicamente ed allusivamente votato "Guerciuolo!" Una prima istanza per deviazione di acqua dal fonte pubblico esistente presso il Ponte Santa Maria verso la propria dimora in via Ospizio il Nostro aveva già prodotto al comune il 29 agosto 1898. L'amministrazione,per l'accoglimento della domanda dettò,per bocca del consigliere Antonio Pertuso (un valente pittore di scuola napoletana,che aveva,tra l'altro,affrescato gli interni del palazzo del medico Serafino Apicella ,Avanti Corte, sul cui ingresso si poteva leggere il motto "Mon plaisir,mon repos",oggi trasformato in un anonimo caseggiato condominiale) alcune condizioni:presentazione di una relazione tecnica,da affidare all'ingegnere Ludovico Coscia,per determinare la quantità d'acqua da deviare per uso delle abitazioni site in via Ospizio,nonchè la qualità e la portata della conduttura che doveva restare di proprietà

comunale e che non doveva superare il diametro netto di 6 mm.;la spesa della conduttura fino Avanti Corte e la facoltà concessa al richiedente di pagare in proprio sia i lavori che il consulente tecnico.

Trascorsi senza esito tre anni circa,il De Marco ripresentò nuova istanza nel maggio 1901,che questa volta rimase inevasa e rinviata dalla Giunta Comunale guidata dal sindaco cav. Alfonso Colucci a causa di una grave avaria della condotta del fonte pubblico. Passarono ancora dieci anni di silenzio,durante i quali Il De Marco,allora preso dai suoi affari e traffici,sembrò voler rinunciare all'allacciamento idrico domiciliare. Ma nel giugno 1911,con nuova istanza richiese l'attuazione della deliberazione del 1898,limitando la durata della concessione a soli cinque anni,con pagamento di un canone annuo di Lire 25 e con spese dei lavori a proprio carico. Il consiglio municipale,del quale facevano parte suoi fiduciari,finalmente accolse al richiesta,ribadendo in toto le condizioni prestabilite nel 1898,in particolare: relazione tecnica del Coscia,assoluta proprietà comunale della conduttura,possibilità di allacciamento da parte delle altre abitazioni del percorso stradale,parere favorevole del Genio Civile e approvazione della delibera da parte della Prefettura. Trascorso ancora un anno senza che la pratica fosse burocraticamente perfezionata,Celestino jnsofferente dell'attesa e sicuro della "silenziosa" complicità dell'amministrazione,ruppe gli indugi e,senza formale autorizzazione,senza l'approvazione della delibera da parte della Giunta Provinciale Amministrativa,dopo aver fatto pervenire al Genio Civile una relazione tecnica redatta dall'ing.Mazzei,ufficiale tecnico della Provincia di sua fiducia (facendo passare,mendacemente,per inadempiente l'ing.Coscia) diede inizio ai lavori nell'agosto del 1912.

Prontamente dal prefetto Urlì fu inviato un telegramma al sindaco ff. Ferdinando Caldarone ,con l'ordine di sospendere i lavori;ma sia il Caldarone che il consigliere anziano Varallo si resero irreperibili (in paese si buccinò che "se l'erano squagliata" !). La messa in opera della conduttura fu accelerata,gli operai furono costretti dal datore di lavoro a lavorare anche di notte. Nessuna della condizioni prestabilite dalle delibere fu rispettata. La rete idrica, anzichè attraversare via Ospizio,venne nottetempo fatta deviare per via Piediserra (attuale Don Minzoni) fino al retro ingresso della villa,così privando gli abitanti di via Ospizio della possibilità di allacciamento.Per di più,fu posata una conduttura costituita da un tubo di ghisa di 60 mm. di diametro,dieci volte superiore ai 6mm.consentiti:che impoverì notevolmente la portata del fonte pubblico di provenienza! E nonostante l'indignazione della popolazione e degli avversari politici,nessun provvedimento correttivo o punitivo fu adottato sia da parte dell'amministrazione ( della quale-manco a dirlo- lo stesso De Marco era componente di maggioranza) sia da parte della Sottoprefettura di S.Angelo dei Lombardi. Alfine si commentò,con impotente e apatica rassegnazione: "Cosa fatta..." A distanza di pochi giorni all'ultimazione dei lavori,il passante che radendo il muro di cinta della villa avesse percorso via Ospizio avrebbe notato un fontanino incassato nel muro,sormontato da una epigrafe,che voleva ricordare ai posteri il "magnifico dono" di un "benefattore del popolo",dettata dalla megalomania pacchiana tipica del parvenus :

Ma ,in realtà,quel rubinetto dal flusso esile altro non fu che un "contentino",fumo negli occhi per far dimenticare un abuso,per obliterare una prepotenza perpetrata ai danni della comunità

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